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Lo studente non riceve moltissimo “insegnamento”. Tutto qui. Sfreccia dalla matematica alla geometria solida con una mancanza di accuratezza che rattristerebbe pressoché ogni insegnante. Quando però quel ragazzo giunge alla fine, si volta indietro e vede una giovinezza gioiosa e, quando ne esce veramente, conosce le materie meglio di un uomo che ha dovuto macinare una quantità di dati venti volte maggiore.
Questa è vera istruzione. Si parla molto di “istruzione”, un termine che, di per sé, è così criminalmente generico, che suggerisco di scartarlo completamente e di sostituirlo con “percezione”.
Gli Inglesi hanno una buona possibilità di liberarsi della meticolosità della scuola privata, a Oxford o altrove, perché, per quanto sembri strano, non studiano così tanta zoologia, per fare un esempio, come i loro cugini americani.
Si pensa che quante più informazioni s’insegnano, tanto più il bambino “imparerà”. Questo è vero... sul foglio d’esame. Il bambino che però non riesce a vedere che delle informazioni gli procureranno sicurezza, non le ripete a pappagallo, ed è quindi “ottuso”, mentre in realtà è un genio in erba.
Questa è la risposta all’annoso enigma del ragazzo brillante e di quello che ha abbandonato l’università quando aveva a malapena iniziato. Quest’ultimo, di solito, finisce coll’essere il capo del primo. Se la scuola è il fine, è soltanto la fine della felicità per chi ripete tutto a pappagallo. Da lì in poi, tutto è perplessità e la sua mente è pietosamente non all’altezza della vita.
C’è una risposta. E quella risposta deve essere messa in pratica se non vogliamo continuare a istruire per poi scuotere la testa stupiti, guardando la persona che abbiamo istruito.
Il giovane che un bel giorno mi fermò e mi chiese quali lezioni avrebbe dovuto seguire, sapeva che io, del suo futuro, non ne sapevo più di lui. Ora è a Luzon come sovrintendente a una miniera, ma, strano a dirsi, non aveva mai studiato niente sulle miniere. Soltanto abbandonando completamente il campo in cui aveva studiato, quell’uomo era riuscito a trovare la felicità, e aveva studiato balistica all’accademia navale e arte all’università.
Il più pregevole testo di matematica mai scritto è grande quanto il palmo di una mano. C.M. Thompson, un inglese, soffrì così tanto durante le lezioni di calcolo, che presentò al mondo una piccola gemma di inestimabile valore, chiamata “Il calcolo spiegato con semplicità”. Ogni professore vi dirà che è “un libro pessimo”, proprio come avrebbe detto Thompson. Tuttavia ha permesso di “volare” attraverso il calcolo a molti ragazzi che altrimenti sarebbero stati bersaglio delle malignità altrui e sarebbero stati resi inermi da una bocciatura.
Sarò sempre stupito dall’incapacità degli studenti americani di parlare spagnolo. In Europa i bambini non hanno così tante difficoltà a parlare tre o quattro lingue quasi perfettamente.
Se impiegassimo quattro mesi a insegnare il programma di geometria del primo mese, e poi altri quattro mesi a insegnare quello del secondo e terzo mese, avremmo degli studenti che conoscerebbero la geometria per sempre e anche più, per sempre, fino alla morte.
Il mio scopo non è criticare, né malignare o implorare. Dire a un professore che si dovrebbe fare qualcosa è come dire a una persona che non è capace di fare le cose nel modo corretto. Ma dobbiamo disfarci di questa situazione, perché ha da lungo tempo impedito quel “progresso” che tanto amiamo.
Istruzione di L. Ron Hubbard, continua...
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